La voglia di abitare nel mondo

Un anno all’estero di Antonella De Gregorio

C’è Daria, 17 anni, che è partita a metà luglio e frequenta il «grade 10» a Puerto Princesa, nell’isola di Palawan, una delle più belle delle Filippine. E Arianna, arrivata in piena estate a Baltimora, nel Maryland, Stati Uniti. A scuola studierà teatro e matematica, inglese, anatomia e latino. C’è Lorenzo, appena rientrato dal Brasile, dopo un anno in una scuola all’avanguardia, per didattica e tecnologie, della periferia di San Paolo. Sonia, che ha passato l’estate in Kenya. Marta, un anno a Popoyan, Colombia.

Moderni chierici vaganti, come quegli studenti girovaghi del Medioevo, che si spostavano in tutta Europa per inseguire insegnanti e saperi. Così la Ue vorrebbe i nostri 17-18enni: per migliorare la propria formazione dovrebbero fare esperienze all’estero. Seguire lezioni, conoscere scuole e famiglie, apprezzare stili di vita e differenze. È scritto nel piano Europa 2020. E i teenager di oggi di voglia di abitare il mondo ne hanno da vendere.

Le famiglie appoggiano il loro desiderio di apertura. È vero, ancora non sono tanti: rappresentano poco più dell’1% della popolazione scolastica di terza e quarta superiore. Ma è un tragitto che fanno di corsa: erano 3.500 nel 2009, 7.300 lo scorso anno: più che raddoppiati in un lustro.

Il loro cammino però procede zoppo. «Con una gamba (quella degli studenti e dei loro genitori) che vuole correre e quella dei docenti che tengono il freno a mano tirato», riassume Roberto Ruffino, segretario generale di Intercultura, onlus che dal 1955 promuove scambi in sessanta Paesi. Perché mentre chi parte si dimostra sempre più curioso e attratto anche da mete insolite, come Perù, Bolivia, Filippine (ma la parte del leone la fanno sempre l’Europa, scelta dal 35,6% e il Nord America, 22%), i prof che dovrebbero accompagnarli — con l’insegnamento delle lingue, la collaborazione con scuole estere, il sostegno a programmi di mobilità — segnano il passo.

Una ricerca commissionata da Intercultura a Ipsos rivela che solo il 18% degli insegnanti si può definire «internazionale». Metro di misura, un periodo di almeno un anno trascorso all’estero. I prof «aperti» — che cioè hanno seguito un percorso di formazione anche più ridotto — fino a quattro mesi —, o coinvolto gli studenti in scambi di classe o gemellaggi — sono il 22%. Due terzi sono «local»: mai stati all’estero per motivi professionali, o solo per accompagnare i ragazzi in gita. Persino tra i prof di lingue, i più votati all’internazionalizzazione, la maggior parte non ha mai partecipato a progetti all’estero.

Una grande immobilità. Che rispecchia anche stili diversi di insegnamento: più aperti, aggiornati, appassionati gli «internazionali». Stimolanti, ma esigenti, poco innovativi, i «local». Intanto gli studenti non hanno un sostegno adeguato quando decidono di partire. E al rientro non vengono riconosciute le competenze acquisite.

«La sfida che si pone — sostiene Ruffino — è quella di innescare un processo virtuoso per sostenere i docenti nella loro formazione internazionale». A partire dalla conoscenza delle lingue straniere: solo un insegnante su quattro dichiara di conoscerne molto bene almeno una. Se si esclude l’inglese, la percentuale scende a 12 su cento. Solo l’1% ha qualche nozione di lingue extraeuropee, come russo, arabo o cinese.

27 settembre 2015 (modifica il 27 settembre 2015 | 11:36)
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